...ma mi disordino
quando mi mischi le tue carte
quando la macchina non parte
quando ti annuso i genitali
quando siam come due animali
quando c'é vento tra i miei rami
quando mi mandi i tuoi richiami
quando io scio sulla tua schiena
quando mi mangia la balena
quando mi mangia la balena
mi disordino
io mi disordino...
...mi sento lo scarico di un bagno, la foce di un fiume, il catino dove nonna lavava i panni, il divanetto dello psicologo, l'orecchio di dioniso, la porta di un cinema, il muro di una casa, la password di un computer, la cornetta di un telefono, la vetta di una montagna, la mano da accarezzare, un cesso dove vomitare, mi sento trafitta e violentata, stuprata e sfinita.
carica come una pila che a fine serata è esausta come l'olio dei vecchi motori nè col turbo nè a iniezione.
tonnelate di parole vengon scaricate nel sistema principale del mio pc, nell'hard disk della mia mente: amori finiti, lettere d'addio, pettegolezzi, questioni economiche, studi filosofici, consigli, richieste, oscenità, battute simpatiche, sacchetti dell'immondizia carichi e ricolmi di ogni bendiddio;
ne ho per te, per te, anche per te. e poi ci sei tu. e ancora tu. ehì, hai da dirmi qualcosa anche tu laggiù in fondo con la maglietta a righe?
"parole parole soltanto parole parole per noi"
vorrei gridare, chiudermi nel campanile di una chiesetta di montagna e guardare tutti da lassù. sottrarmi nascondermi. vivere da eremita nelle campagna sarde in compagnia del belare delle pecore e del pastore che mi rincorre ignudo. vorrei tapparmi le orecchie con i tappi di cera come ulisse con le sirene e cantare a squarciagola finchè mi scoppiano le vene del collo, mettermi un paraocchi per non vedere e prendermi per il culo per non capire.
parole notturne, parole forbite e infiocchettate smunte o munite di alibi, parole depresse ardite solitarie come sogni, dimenticate appartate, parole superbi accattivanti sincere deboli ovvie, ovvie, ovvie.
un' ovvietà mi ucciderà il cuore.
e quando il silenzio parlerà per me?
regalare lo stesso libro due volte, la stessa dedica o quasi, alla stessa persona ma in due circostanze diverse. passare distratti davanti una casa che ti ricorda dei giorni. lasciarsi andar via senza un cenno senza una parola, soffocati da un dolore che stretto stretto t’accompagna nello stomaco come un cane rognoso e fedele. vedere di sfuggita qualcuno che ti è stato vicino nel passato. sognare l’estasi e svegliarsi brutalmente senza capire il perché, senza trovare un perché. guardare tanti occhi e tante facce che sorridono e tu che distratto e impotente ti chiedi “che ci faccio qui”. assaporare la prima ciliegia e pur non credendoci esprimere un desiderio che si avvererà o no tanto che importa. vedere intorno a te sotterfugi e malignità e fare finta di niente solo perché l’imperativo è il dovere, il fare, senza il dire senza neanche la lettera e manco il testamento. scoprirsi malati nell’anima, nel cuore, nella mente che ciecamente cerca la sua via, il suo viaggio, il suo scopo senza vedere mai la fine di un tunnel allungato. scambiare due chiacchiere col primo che passa, parlare del tempo e di reincarnazione, di figli e di sport, di solitudine e di bestemmie, di aneddoti vissuti e raccontati in altre vite vissute. giocare a dadi e a poker cercando di capire chi bluffa e se fossi tu il bluff più grande di quella partita. sentirsi una falena che contro la lampada più luminosa sbatte e muore testarda e incosciente, rapida e veloce, superba e grintosa. avere la certezza di non farcela ma malgrado tutto continuare a mettere un passettino davanti all’altro che alla fine se ti guardi indietro vedi tutta la strada fatta ma anche le ombre lontane della gente che non c’è più. cantare a squarciagola per non ascoltare il tonfo dei pensieri che impietosi vengon giù come i pezzi di un domino. ascoltare qualcuno pensando di rinfrancarti l’anima e aiutarlo a sfogarsi mettendo da parte te stesso, sempre la stessa storia. dormire accucciati come cani aspettando una carezza che allievi le pene, che sollevi il morale. ridere ridere ridere fino a soffocare tutto, chè domani è un altro giorno ma del doman non v’è certezza. l’unica certezza è che questo post fa pena. au revoir.
tutto quello che voglio è una vita raminga. scollarmi dall'idea che abilmente mi è stata cucita addosso e vivere nomade in giro per il mondo. non ho le palle, mi sono sempre detta. e così non ci ho mai creduto fino in fondo.
più passa il tempo e più mi risuona in testa la stessa martellante domanda: cosa voglio; che cosa vorrei se avessi la possibilià di scegliere. fino a poco tempo fa sognavo d'esser un manager per assomigliare a quegli uomini di successo sulle copertine patinate. sognavo di volare, come le hostess su qualche boing in giro per il globo. sognavo di viaggiare e sognavo l'america il mio amore più grande. sognavo una famiglia numerosa, dei bambini veri e un cane biondo miele che scodinzola felice. sognavo la gloria e il successo come era successo a parenti e amici. sognavo anche di aiutare il prossimo e di essere importante per gli altri come qualche madreteresa di biancoazzurro vestita. oggi non ci penso più a quei sogni. non che li abbia chiusi a chiave in qualche anfratto nascosto della mia memoria ma credo solo d'esser cresciuta, credo d'esser invecchiata senza il passaggio obbligato ma fondamentale della maturazione.
vorrei non avere più le responsabilità, questo è il mio desiderio più grande. ma poi mi dico che chissà per quale karma e chissà per quale cazzo di vita passata mi ritrovo a dover vagare senza pace intorno a me stessa come una trottola colorata. non conosco questa ragione oscura e il più delle volte mi ci incazzo. la bestia nemica che è in me salta fuori come un coniglietto dal cappello a cilindro. non voglio rassegnarmi a capirne il motivo ma cerco sempre una spiegazione per ogni cosa. se potessi, lascerei tutto e, resettando questo hard disk semi provato, mollerei la mia vita impostata e preconfezionata e tornerei all'idea iniziale cioè la vita raminga, senza annessi, connessi e connessioni.
amo bukowski. rappresenta la parte libera di me a cui vorrei dare una ragione di esistenza. amo il suo vagare dentro e fuori se stesso. la sua forza di reazione, di sperimentare, di lottare, di non piegarsi alla vita. amo la sua pazzia.
vorrei camminare a piedi nudi tutto il tempo, ecco. e quanto mi pesa dover indossare ogni giorno questi scarponi troppo stretti e troppo pesanti che mi tengono però ben salda a terra. è la parte finto-matura e iperresponsabilizzata di me stessa che mi incolla qui, quella che mi trattiene dentro questa squallida realtà fatta di giochi e sotterfugi, di magheggi mentali e seghe finto-psicologiche. voglio volare. volare. volare via. saltare quel fosso della razionalità con l'irrazionalità che tengo compressa e zippata. strapparmi le catene a cui sono incatenata. vivere e non pensare solo al pensiero di farlo. correre e non pensare solo al pensiero di farlo. viaggiare e non pensare solo al pensiero di farlo. destarmi dal torpore della sofferenza e accettare ogni tipo d'abbraccio e di sfida.
m'accorgo poi che piangersi addosso non è per me chè poi mi bagno tutta e mi raffreddo pure. c'è un raggio di sole alla finestra. scalda il vetro rotto e la scrivania a cui sono appoggiata. un segno che là fuori scorre tutto nonostante tutto. fermarsi a rimuginare non serve a niente, penso. tra l'altro poi non ho capito bene cosa ho scritto. ma ci sarà pure una ragione. non ho capito il perchè di questa vita ma ci sarà pure una ragione. non capisco una cippa delle persone e la ragione è che non c'è ragione. tutto quello che volevo era una vita raminga. intanto mando in giro i miei pensieri al posto mio. poi si vedrà.
seigiugnoduemilasette, magari un giorno mi troverai per strada, barbona nell'anima e finalmente nel corpo.
passo distratta loro son là
tacchi alti unghie laccate di rosso
seni rigonfi quanto il piacere che procurano
ridono salutano ammiccano
esauste sfinite
infinite nottate vicino a un palo
mentre io passo insonnolita e assente
un aereo sorvola il cielo e squarciandolo di bianco lo solca
un albero muovendosi al ritmo del vento balla la sua danza
una donna pigia sui tasti come suonasse una melodia
uno spazzino raccoglie foglie incartapecorite e secche
il giornalaio apre la serranda che scricchiola e traballa
un cane segue solitario l’odore della sua cagna in calore
gruppi di ragazzi rincorrono la morte che li segue da vicino
un bambino nasce urlando la sua ira
un amore muore urlando il suo fallimento
una falena testarda sbatte contro una lampada ingiallita
una canzone di gioia risuona nella macchina di un tossico
i metronotte si danno appuntamento per fare colazione
le puttane sono là
tacchi alti e unghie laccate di rosso
seni rigonfi quanto il piacere che procurano
ridono salutano ammiccano
esauste sfinite
infinite nottate
dove le parole muoiono sulla bocca
di chi le ha pronunciate