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23/10/2009
due parole in libertà


il cielo oggi è in continua mutazione, è passato dal nero bistro al grigio chiaro passando per una intera scala di grigi che non sono neanche capace a descrivere. ogni tanto m’affaccio alla finestra e faccio una foto ma poi mi rendo conto che i colori di ciò che sto riprendendo sono sempre meno forti o comunque meno veri di quel che il mio occhio coglie nella realtà. è come leggere un racconto, per quanto l’autore si sia sforzato, ciò che è nella sua testa non sarà mai abbastanza fedele a ciò che sta narrando.

mi piace questa quiete pomeridiana, il lavoro finito, lo stress archiviato, il pomeriggio abbastanza tranquillo per fare quello che mi piace veramente. se penso alla mia vita m’accorgo che sono come questo cielo, in mutazione continua. ho cambiato strada tantissime volte, ho sterzato di brutto, ho accelerato fino a farmi male e ora sto frenando ogni impeto per canalizzare tutta questa energia a volte dispersa, a volte, e questa è la cosa peggiore, buttata via e sprecata. ho capito che lavorare su se stessi dà una grande forza e anche una immensa soddisfazione.
devo imparare a dosarmi come quando a sperlonga imparai a giocare a biliardo. sono una spaccona, dentro. una spaccona dal viso d’angelo, dice mia madre. ho imparato a regolare i colpi a biliardo grazie agli insegnamenti dei vecchietti del paese. piano, mi urlavano loro quando io in realtà mi sentivo il tom cruise della situazione. piano, continuavano loro quando vedevano che una palla, perfettamente dentro, ero riuscita a scaraventarla per i quattro lati del tavolo lasciandola finire lontano dalla buca. e piano dopo piano, sono arrivata a giocare placando me stessa, arrestando le palline in prossimità della buca come la mia mente comandava e non come la forza cercava di forzare. quei “piano” sto cercando di imprimerli anche quando gioco a tennis dove spesso la foga e la veemenza prendono il sopravvento e a volte partono di quei bolidi che fanno il punto sì, ma tre campi oltre. a volte quando mi capita di rispondere a un colpo sotto rete, penso, mentre corro a grandi falcate di due metri l'una, che sono come una carica di bisonti; a corsa finita arrivo sotto rete che non capisco nulla e la voglia di far male a quella pallina buttandola di là è così forte che di solito finisce a rete lei e tutto il mio orgoglio.
è difficile cambiare il carattere e riconosco che la parola cambiamento non mi piace neanche un po’ perché non credo ai cambiamenti. credo alle fasi della vita, siamo come stagioni e ogni cosa ha il suo tempo giusto (nigi). per quanto ad agosto possa diluviare le condizioni del tempo non saranno mai rigide come durante l’inverno.
ognuno di noi ha tanto dentro, forza determinazione, intuito, coraggio, intelligenza, ognuno di noi hai i suoi piccoli talenti sopiti. quando penso alle persone, me le immagino come camere buie, ognuno che cerca di illuminare qualche parte oscura di se stesso facendo luce chi sulla bellezza, chi sull’umorismo, chi sulla poesia, chi sulla sua parte depressa, chi sulla commiserazione, chi sui suoi meriti, chi sull’intuito. ma alla fine mi dico che la scoperta più importante è che non dovremmo puntare il fascio solo su una direzione ma in qualche modo bisognerebbe, anche se fievolmente, illuminare tutta la stanza e scoprire le varie gradazioni del nostro io.
se t’affacci alla finestra ti si colorano i pensieri e la vita. ma se t’affacci alla finestra del tuo io sarai tu a colorare la tua vita e i tuoi pensieri.
ha smesso di piovere. sento qualche pecora che lentamente s’allontana. un raggio di sole tenta di scaldare i panni stesi. io cerco calore nelle parole reinventandomi da capo.

Postato da: orlando a 15:20 | link | commenti (4) |

17/09/2009



azzurro il cielo, pulito e limpido che sembra lavato di fresco. azzurro questo soffitto spazioso luminoso irreale così infinito che il cervello quasi non arriva a capirne il senso. c’è un geco sul soffitto, ti ho detto nella notte. ma tu vedevi solo stelle, nient’altro che stelle, luminose e abbaglianti, distanti anni luce che truce il tuo pensiero che scendeva insieme alla tua mano calda. azzurro è il turchese la pietra contro le influenze del male, un filosofo persiano te lo vide sulla mano e disse che chi porta un turchese non sarà mai povero. camminiamo a testa alta sulle immondizie del mondo, il sole a farci compagnia, il mondo è un percorso a ostacoli, oggi stai su, domani sei giù, siamo yoyo a gogo che cercano la loro via per stabilizzarsi in linea retta. credevo un tempo che una risata porti via con sè le nuvole immaginarie. oggi mi ammanto d’indifferenza, che indecenza per me che vivo per il genere umano. azzurro è il colore del mare cristallino. i capelli ricoprono le spalle bruciacchiate e rosse come il fuoco, il sale avvolge il tuo corpo saporito, il mare scioglie le tensioni mai assopite, scolpite nella sabbia le mie impronte sulle tue. dormo la notte veglio il giorno, ritorno da un lungo viaggio. duri i lineamenti soffice il cuore. quanta strada dietro. quanta davanti. dinanzi a me la tua energia che vogliosamente spia. dietro il nulla che tutto crea ma nulla distrugge. ti sfugge una risata. resto ammaliata. porti le mani sulla bocca color ciliegia e prugna. sono una spugna di emozioni, di sentire, di sapere, di volere. volli fortissimamente voli. azzurro è il colore della mia maglia preferita. sempre con me nei momenti bui per illuminarmi la giornata che, addannata, vuol solo abbrutirmi e offuscarmi. che ottusa questa vita che chiede il conto nel momento meno appropriato. una mosca vola libera e fastidiosa. annuncia pioggia e umidità. il cielo tuona la sua ribellione al mondo. un aereo in solitario taglia in due l’orizzonte. sembra un’arancia spaccata quel tramonto rosa confetto. sono forte, sono forte e salda. e allora perché mi emoziono per tutto questo?

Postato da: orlando a 17:14 | link | commenti |

09/09/2009



oggi, 9 9 9 che se lo giri diventa 666 il numero della bestia, la targa della macchina di dylan dog, la tua targa; 666 è il numero con la pancetta in basso che sembra spiralizzato su stesso come quelle persone introverse e chiuse proiettate al loro interno che non vedono al di là del loro intestino, tenue. oggi, un giorno strano; il tempo che s’incapriccia in un labile inizio d’autunno e minaccia pioggia mista a lacrime forse per la morte dell’adorato mike bongiorno, il papà degli italiani: meglio esser orfani, sussurro in silenzio. non lo voglio mike come papà anche se riconosco che con lui se ne va mezzo secolo di storia d’italia, se ne va uno che ci sapeva fare con l’italiano (sia in senso linguistico che sociale), se ne va un vecchio partigiano, fedele alla patria e al suo illustre datore di lavoro, come è giusto che sia: non bisognerebbe mai sputare nel piatto in cui si mangia. vallo a dire ai giovani d’oggi. mi rigiro lentamente dentro discorsi da vecchio pensionato, di quelli che profumano di acqua velva e che se ne stanno seduti sulla panchina del giardinetto sotto casa, che si lamentano delle ginocchia che scricchiolano come vecchie sedie, della fila alla posta e del governo che ruba. ma tanto del governo, di qualunque colore sia, ci rammarichiamo un po’ tutti. nasciamo piangendo e nel dna ci portiamo dentro scritta la vita intrisa di malcontento verso gli altri e verso la politica. facciamo poco di nostro, sempre pronti a delegare a qualcun altro che sia dio, buddha, allah, i maestri di scuola, i professori, i politici, le segretarie, le cartomanti, i medici che sbagliano la diagnosi, deleghiamo ai genitori, al partner, al datore di lavoro, demandiamo a tutti, mai a noi stessi forse impauriti della parola responsabilità.

a dieci anni mi occupavo di tre ragazzini: giorgio, roberto e nicola. erano i figli della nostra vicina di casa che col marito la mattina doveva spostarsi sul presto per andare al lavorare dall’altra parte della città. io scendevo di tre piani chè abitavo all’attico e li trattavo come fossero figlioli miei: li vestivo, gli facevo fare colazione, li portavo a scuola tutti e tre, mano nella mano composti come quattro bimbetti  disciplinati. il mio primo stipendio di pupa-sitter l’ho ricevuto a quell’età: una radiosveglia bianca e nera coi numeri in digitale rosso fuoco che ancora tengo per ricordo. e poi c’erano gli altri scugnizzi del primo piano con cui giocavo a mamma e figlia. essendo sempre stata la più alta di tutti, certo non mi potevo metter a fare la figlia.
le mie responsabilità verso il genere umano quindi si sono palesate già in tenera età. è per questo che a volte, oggi, presa dall’ansia dell’esser venuta al mondo iper-responsabilizzata scappo a gambe levate di fronte a chi mi si aggrappa al collo con le unghie cacciate nell’arteria giugulare. mi prende l’ansia se qualcuno ha bisogno di me. ma mi fa felice poi alla fin fine occuparmi di chi ha bisogno. è una sorta di idiosincrasia la mia.

sto bene con questo nuovo lavoro. ho quasi paura a dirlo. guadagno così tanto che mi son dovuta affittare una stanza di casa e presto dovrò vendermi il rene buono. però quel che importa, per me che vivo nel mio mondo utopico, è che mi fa stare bene.
ho grandi responsabilità in questo lavoro qui. nel senso che sono un nessuno qualsiasi, non faccio smuovere milioni, non sono riconosciuta ma sento che le mie parole sono rilevanti e d'aiuto per tanta gente. a volte poi mi diverto pure. che posso volere di più?
ho avuto la forza di ricrearmi dal nulla. e questo dovrebbe dare speranza e forza a tutte quelle persone che si sentono finite. se credi in qualcosa lo ottieni, questo l'ho scoperto in questa parte di vita. e non parlo di quel genere di buddismo in cui sfregando un poco la lampada dei pensieri puoi ritrovarti la macchina o una fidanzata nuova di zecca. parlo di energie mentali positive, parlo di non arrendersi, parlo di avere la mente così aperta nel non soffermarsi sull’unico argomento studiato, parlo di credere in se stessi e di possedere quella dose di follia che un giorno ti svegli e crei dal nulla una nuova te stessa.
parole parole parole, vero?
mi piace chiacchierare. flor lo sa.
un giorno scriverò della mia vita: pupa vita e opere. in attesa scrivo cazzate come queste. perdonatemi pure questa.

Postato da: orlando a 19:23 | link | commenti (1) |

17/08/2009
quando la Passione

Postato da: orlando a 18:58 | link | commenti (1) |

01/08/2009
fottute illusioni

inzio sfogo in versi
fottute illusioni
scrivo e un venticello s'appropria d'ogni centimetro della mia pelle
mangio fette biscottate ricche d'amore e salute
sgranocchio parole di libri che forse diverranno
fottute illusioni
quando arriverà il giorno quel dannatissimo e azzeccatissimo giorno
in cui la certezza di non illudersi
sarà più forte dell'incertezza del farlo
fottute illusioni
io t'ho generato
e io ti distruggo
fine sfogo in versi

aspetto il telefono. ulivia dondola i suoi rami ricchi d'olive e vita. il sole filtra sul pavimento a scacchi formando geometrie irresistibili per un'amante della regolarità pure al bagno. aspetto al telefono e penso, gioco, sogno, parlo, ti parlo; passa un elicottero vibra la casa sotto il rumore roboante delle pale. squilla ora squilla. pausa. ho capito oggi che non accetto i cambiamenti per questo trascino le situazioni fino a quando non son loro a cacciarmi a pedate. mi barrico dietro l'ostentazione di una vita tranquilla ma in realtà sono vittima consapevole della quotidianità che mi fa sentire protetta e sicura. se c'è un cambio di programma vado in tilt. il controllo delle cose mi attrae come l'oro per la gazza, come il cacio sui maccheroni, come due veneri che s'incontrano facendo esplodere il finimondo. ho notato che da qualche tempo porto spesso il rosso. ancora trentacinque minuti e scatta l'ora della libertà. "come un'anima che sale dentro mille paradisi come nota d'un violino in una sinfonia". un raggio di sole mi cuoce il piede scalzo. tu che sgrani segni e pianeti mentre conti, dormicchi, disegni, studi, cerchi angoli di angolature improbabili, di opposizioni e quadrature che squadrino il tuo quadro mentale tutto da ridisegnare. c'è quiete e calore. mi guardo le unghie mangiucchiate, risultato della giornata di ieri stressante e catastrofica nei suoi risvolti. penso che sono cretina nell'aspettarmi che le cose vadano sempre come la mia mente pensa. le cose vanno come vengon partorite dalle menti altrui: cioè il più delle volte sfuggono al controllo della mia. intanto aspetto il telefono che squilla. infedeltà di coppia, mariti assenti, mogli fedigrafe, giochi di ruolo, il diavolo, il diavolo che tenta, che stimola, che affascina, che se la ride sotto i suoi baffi di fuoco. la vicina strilla come al solito. i suoi figlioli diventeranno sordi oppure spacciatori. ho voglia di un gelato alla nocciola. di una panino alla mortadella. di una vacanza spensierata. ho voglia di sapere. di ordine. di disordine. di vita. guardo il cellulare e lancio la mia solita imprecazione interiore. il sole sta calando ora illumina questa parte di schermo che stento a vedere. sudo. sudo pensieri. sudo parole. sudo promesse. sudo sogni. trasudo da ogni poro vita che va e vita che viene. un quarto d'ora all'alba. o all'aurora?


schermo nero con parole colorate

Postato da: orlando a 18:43 | link | commenti (3) |

24/07/2009
mi tocca scrivere, sennò che faccio?


una ciabatta nike, l'orizzonte storto, la sabbia fresca della sera, una barca in lontananza


se chiudo gli occhi. una vecchia dai denti radi e storti, un cane rognoso dal pelo lucido, un letto che guarda il mare, la finestrella del bagno di una pensione, il suono stridulo di una sirena, la pancia gonfia di una balena, l’orgoglio di un vagito, i fiori appena colti, la strada del bacio più bello, il rumore di un pensiero inaspettato, l’odore della pelle bagnata, la fantasia che si sposa col gioco, un bicchiere pieno di felicità, la speranza di un cambiamento inatteso, la certezza di uno sguardo cordiale, il tono di una voce suadente, un perizoma che spacca il mondo a metà, lo scalpitio delle ciabatte bagnate, un accappatoio che nasconde l’universo, il verso impazzito di una cicala, il caldo bollente che entra dal naso, l’arancio aspro di un melone dolcissimo, l’acqua bianca di un’isola deserta, il sapore dell’ultimo morso, il riso scotto dentro una pentola a pressione, il suono acuto del flauto magico, la voce portentosa di un no doloroso, un telecomando per spengere il mondo, il sale secco su una roccia arsa, la piazza vuota di una paese affollato, la sabbia del deserto sulle foglie d’ulivo, un comico che vive di battute altrui, le parole profetiche di una donna sbagliata, un vaso di terracotta pieno di terra cotta dal sole, l’odore del pesce su mani piccole e agili, l’orma di un piede sul bianco di un muro, l’ultima volta di un pianto a dirotto, la senape e il suo gusto stordito, una boccetta d’olio regalata col cuore, mandorle affusolate come occhi d’oriente, un contenitore di sapere aspettare, una moneta d’argento usurata, la faccia smunta di un signore imbronciato, l’immagine di te dentro una carta da gioco, il ricordo impassibile di una vita impossibile, una busta marcata da un logo, una cavigliera colorata e che suona note colorate, una camicia da vecchia signora, le sedie di un circolo esclusivo, consigli che scorrono nel filo di un telefono, mercurio che dista tre gradi, la poesia racchiusa in un video, la scritta fucsia su un culo abbronzato, le pesche scippate da un albero, un anello sul ramo di una bouganville, il sorriso sdentato di un bimbo, un dottore dalla faccia simpatica, un elefante dentro un negozio di cristalli, il muso di un viaggio infinito, l’articolo di un giornale di gossip, la polvere adiagata su un cuore sfiorito, la bocca veloce di una venditrice di caffè, il futuro di un passato remoto, il rombo di una moto da viaggio, la roulotte che non sarà mai una casa, le palle gialle di un campo di terra rossa, un ubriaco che parlando biascica un monologo di vino, la presunzione di un libro modesto, l’unico sgabello vuoto di un locale pieno, la luce gialla della luna piena, l’urlo di gioia di un risultato raggiunto, le mani giunte in segno di preghiera, la supplica a una donna che non ne vuole sapere, l’ordine degli addendi che il risultato non cambia, la caduta di un pensiero che finisce aprendo gli occhi.

Postato da: orlando a 19:00 | link | commenti (1) |

23/07/2009
splinder splinder pubblicherai, oggi?

il semplice battito d’ali di una farfalla può provocare cataclismi dall’altra parte del mondo. questa più o meno è una frase di un film pseudo matematico visto qualche sera fa che volendo sforzare quei quattro neuroni a riposo potrei cercare anche di ricordare come si intitolava ma perché sforzarsi: fa caldo, mi suda il culo che lascia tracce di me sullo sgabello di plastica quindi meglio non cogitare troppo che la giornata lavorativa è ancora lunga per non dire infinita.
la frase del film comunque richiama all’effetto farfalla, cioè a quei teoremi in cui piccoli accadimenti insignificanti generano nel tempo enormi variazioni più che significanti che più o meno equivale a dire che ogni azione equivale ad una reazione uguale o contraria o peggio chi semina vento raccoglie tempesta. finita la sequela di proverbi posso anche iniziare a scrivere.

ho visto un morto per strada oggi. cacchio, era lì disteso e io avevo appena imprecato contro la vigilessa di turno che si sa che i vigili rallentano sempre il traffico non si capisce mai per cosa. ma poi mi trovo davanti una parte di raccordo completamente deserta e per terra un povero cristo in gessato disteso a pancia in giù a braccia aperte. sembrava volesse sentire che suono provenisse dal terreno, sembrava uno di quegli indiani che ascoltando la terra capiscono se i cavalli dei cow boy sono vicini, sembrava gesù sulla croce fisso e crocifisso a terra, sembrava vivo con gli occhi aperti che per un secondo uno dice: no, è uno scherzo magari siamo sul set di distretto di polizia.
la sua moto spappardellata da una parte come un ferro vecchio i suoi occhi sbarrati e assenti il casco chissà dove la sua guancia sull’asfalto che oggi alle dieci facevano appena 34 gradi una parte del gessato leggermente strappata tanto da far intravedere l’osso rotto della tibia. per un secondo non ci ho capito nulla, ho pensato alla vigilessa e al suo strano lavoro: dirigere il traffico a due metri da un cadavere. poi ho pensato a mandargli un pensiero che altro potevo fare oltre che piangere per lui.
le macchine in fila come in segno di lutto. sono arrivata a casa a due all’ora che ancora mi tremavano le gambe.
evitiamoci tutte le solite pippe sulla vita che è un soffio e se ne vola via, che oggi ci siamo e domani chissà, che dobbiamo vivere bene perché la morte è dietro l’angolo. quello che mi interessa è sapere qual è stato il suo ultimo pensiero, mi rattrista pensare all’attimo esatto in cui capisci che è finita; credo che in quel momento ci si possa sentire veramente soli e quella farfalla che ha sbattuto le ali in maniera lieve può generarti un uragano interiore terribile, puoi capire all’improvviso di aver sbagliato tutto, di non aver seminato bene, di non esser stato onesto, di non aver approfondito qualcosa, di esserti sbattuto a destra e a manca per un lavoro che non valeva una cippa sacrificando alla tua vita il sorriso di tua moglie o dei tuoi figli, puoi capire che hai buttato la tua vita e ora ti ritrovi a essere buttato via tu, insomma un tumulto interiore che può uccidere più della morte stessa.
vorrei arrivare serena a quel giorno. senza tarli nascosti avendo seminato per quanto è possibile per quel che mi è possibile. per chi ha marte in scorpione in ottava casa certi tipi di incidenti fanno un certo effetto interiore. cercare di alleggerire il karma è l’unico obiettivo importante che dovremmo perseguire. smetterla di piangerci addosso come bimbetti isterici il primo giorno delle elementari perché pensiamo che la vita è stata dura con noi, la vita è dura con tutti e per tutti, forse è proprio questo il bello: giocarsela tutta ‘sta partita anche se sei consapevole che l’arbitro è disonesto, anche se hanno espulso due giocatori dalla squadra, anche se il tifo è tutto per gli altri. siamo qua, usiamo i neuroni. e non solo per trovare un modo per vincere barando.

Postato da: orlando a 16:49 | link | commenti (2) |

08/07/2009
io il culo secco di una vacca e te



sembra l'africa. il terriccio arso dal sole. la natura brulla e secca fatta di sassi e steppa. e loro, una mamma e una figlia che aggiungono colore e calore alla calura estiva. ho i piedi e le braccia bollenti. sgorgo acqua dalle tempie come fossi una fontana nella piazza di fronte un albergo. guido per chilometri passando attraverso viste mozzafiato, panorami da cartolina, tramonti rosso fuoco come la passione che mi restringe le budella e non mi fa campare. sembra l'africa. ricordo il mio viaggio nel deserto. la sabbia fine e bianca. il cammello che gemeva suoni strani e arzigogolati. la voglia di riprendere tutto con la telecamera ma quel tutto non era mai abbastanza. il silenzio, le preghiere lontane diffuse con voci soffuse. il calore che scalda la faccia e un sole quasi annebbiato, miraggi incontrollabili che formano laghi strade ombre, miracoli della natura. sento ancora quelle sensazioni mai sopite. sento ancora quella pace che mai più ho trovato. i datteri mangiati dagli alberi, un miele dolce e granuloso di alto godimento per il palato e per il cuore. cuore, che bella utopia. parlo, parlo, parlo tanto in questi giorni. di emozioni, di passione, di sogni cristallizati come ghiacciai, di vedute sconfinate, di cassetti aperti lasciando uscire la parte nostra meno conosciuta, parlo a vanvera o a casaccio la voce portata avanti da qualcosa di sconosciuto, non penso ma parlo dico affronto e mi confronto. sei bella anche nuda. sei bella comunque. il concetto di impermanenza, quanto è grande l'infinito milioni milioni di stelle che vagano urtano e ripartono. vorrei scontrarmi con te, prima o poi. e dartele di santa ragione. vorrei incontrarmi con te, prima o poi. e viverti senza una vera ragione. voglio strapparmi le viscere per capire chi sono io. depurarmi l'anima e vivere d'oblio. mi piace la spinta dell'aereo quando parte. odio la frenata quando arriva. sembra lo scoccare della scintilla d'amore, sembra la parola fine in una storia d'amore. l'aria è bella stasera. pulita. le foglie che smuovono quella staticità di un cielo azzurro senza nuvole. "vado sulla luna...posso venire con te". ti piace dalla. ti piace conte o fossati, ti piace il mare o la montagna. ci si conosce al primo sguardo e ci si innamora senza una ragione. ci si annusa come cani, che buon odore che hai. ci si testa, si va fuori di testa, ci si tasta, ci si tocca e scocca qualcosa senza ritorno. venere in ariete focalizza l'obiettivo. punta i missili e lancia. si lancia alla conquista della bella appena vista. sarà per la miopia ma sbaglia il lancio e il cuore fa cica cica bum, altra cicatrice che dice e nietzsche che dice. boh. terra arsa, passione violenta voglia di stringersi e poi. l'abbronzatura mi dona. escono le rughe del viso. bisogna esser fieri di questi solchi che ci indicano la via. ci indicano la nostra storia il nostro vissuto, il nostro passato. basta col passato, preferisco il pomodoro fresco. due spaghetti numero cinque, due foglioline di basilico appena colto. piatto ricco al tavolo di quelle due signorine che s'amano davvero senza trucchi e senza inganni. che danni l'amour.

Postato da: orlando a 14:48 | link | commenti (1) |

14/06/2009
intermezzo, cavalleria rusticana

Postato da: orlando a 06:42 | link | commenti (2) |

04/06/2009
più di 700 parole



sono vibrazione e parole silenzio e gemiti, sono una foglia in balia del vento l’amaro risveglio dopo un sogno, sono carne e ossa neuroni arrugginiti e vecchie ferite imputridite, sono sulla cima di un monte che respiro l’impalpabile e in fondo al mare che annaspo aria fatta di bolle, sono sospiro infinito e viscere e urla e pianto, sono risate e sguardi e visioni e aspirazioni, sono aria compressa e acqua che bolle sono vittima e carnefice ombra e passione, cieca e colorata sono la mano che prende la mano e il ventre che genera la vita, sono l’unione di storie abortite e il punto interrogativo di vite predestinate, sono il cavallo nei recinti la mucca da mungere il cane che scodinzola la fragola che fa gola, sono il martirio infinito l’erba che cresce l’orecchio di dioniso l’estate cocente, sono l’inverno irrigidito la muraglia cinese sono l’isola che non c’è sono la parte nascosta di un indovinello sono rovina e costruzione indipendenza e dipendenza orgoglio e menefreghismo sono l’alter ego di me stessa sono pinco e anche pallino sono il mio piede destro e il mio braccio sinistro sono un cuore pulsante un fegato irrobustito sono spalle e tuono sono il suono del mio respirare sono vittoria e sconfitta tigre e coniglio sono vertice e base sono l’immondizia del mondo la spazzola con cui spazzolarsi sono uno starnuto il tasto di un pianoforte la maga circe il dollaro che circola di mano in mano sono madonna e donna rea e confessa pia e maria sono fenice e aquila sono sale su una ferita ghiaccio per un martini fuoco per un letto anima per un quadro sono l’artefice e l’artefatto il canovaccio della mia storia sono frutto della memoria sono robusta come una quercia fragile come una piuma sono schiuma che dal mare viene e nel mare va sono l’immagine mostrata la frase incanalata sono l’orto coi suoi frutti sono un giglio un fiore sono il petalo caduto su un prato di nulla, sono arbusto mezzo busto sono combustibile sono passione sono la nota stonata la corda appesa sono l’imperatrice senza regno sono il palo della luce la scoperta dell’america sono il quadro senza tela il ragno che porta guadagno sono la melodia di un cellulare le parole racchiuse in un discorso sono il senso alterato sono l’odio senza rancore l’amore per le parole sono istinto sono le frasi prima di dormire sono il fiato in una tromba sono il gas di una bombola il vino che nasconde la verità, sono il sogno ad occhi aperti l’incubo del buio sono visione e televisione sono il corpo di un creato sono una lampada da sfregare una palla da tennis il sapore di una pesca sono un frullato di persone il mix dei miei pensieri sono il ricordo di ieri sono la certezza del mio domani sono l’arrampicatrice mentale la solidità il punto di partenza sono le forbici del barbiere sono codice binario un treno in mezzo ai boschi sono l’intermezzo della cavalleria rusticana il requiem di mozart sono albergo e pensione camera e tinello sono un foglio bianco a quadri sono un conto in sospeso una contessa scalza sono un guerriero delle immagini un toro incatenato sono una bandiera sventolante i calzini ammuffiti il grigio del temporale sono l’incudine e il mirtillo dentro una crostata sono una foresta verde sono occhi di luce energia polare sono l’imposizione e l’impostata sono le orme che mi precedono sono le orme che mi seguono sono calce e struzzo paglia e fieno cacio e pepe sono un minestrone caldo la finestra sul pontile sono il ginocchio della lavandaia sono l’ordine e il disordine la quiete nella tempesta sono la vendetta dell’assenza sono il delfino il mare che lo accoglie l’amore che vince sono la spada nella roccia sono lo spunto da cui partire sono il rotto della cuffia una lente di ingrandimento  sono l’asino che vola sono una sola, sono l’organo in chiesa la nike di samotracia sono la gioconda una nave che affonda un chiodo in una parete una panchina ad un metrò sono l’inizio di un libro a cui è stata messa la parola fine sono il finale incandescente di un film in bianco e nero sono zero sono coca cola e lime limone e zucchero sono pane pasta riso sulla bocca degli stolti sono incoronata senza vittoria sono la mia storia racchiusa chiusa e rinchiusa dentro più di settecento parole con un solo punto: questo.

Postato da: orlando a 16:53 | link | commenti (1) |



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